SINDACATO DEI MILITARI: ATTRIBUIRE LA QUALIFICA DI PUBBLICO UFFICIALE AI MILITARI LIBERI DAL SERVIZIO? LA RECENTE PROPOSTA DI UNA APCSM È UN BOOMERANG GIURIDICO

Dietro la promessa di maggiori tutele riteniamo possa nascondersi la volontà dei vertici militari di favorire un aumento devastante della vulnerabilità penale del personale militare a cui diciamo un secco “no”.

Desta preoccupazione la posizione di una associazione professionale a carattere sindacale tra militari (apcsm) che ha pubblicamente sostenuto la necessità di riconoscere in via generalizzata e permanente — anche fuori servizio — la qualifica di Pubblico Ufficiale (P.U.) a tutto il personale militare. Una posizione presentata come una conquista di tutela, un avanzamento nello status giuridico del soldato.

Questo sindacato, dopo aver affidato la questione a un’analisi tecnico-giuridica rigorosa, è chiamato a dire con chiarezza ciò che i comunicati trionfalistici non dicono: quella proposta non protegge i militari. Li espone.

Il nostro parere fondato sull’impianto normativo vigente — a partire dall’art. 357 del Codice Penale in materia di nozione di Pubblico Ufficiale — dimostra che l’attribuzione della qualifica di P.U. come status permanente e soggettivo, anziché come qualifica funzionale e contestuale, trasformerebbe la vita quotidiana di ogni militare italiano in un campo minato giudiziario, con rischi penali gravissimi sia sul piano omissivo che su quello commissivo.

Il diritto penale italiano, al art. 357 c.p., attribuisce la qualifica di Pubblico Ufficiale secondo un criterio oggettivo-funzionale: essa aderisce non alla persona in quanto tale, ma all’attività concretamente svolta in un determinato contesto — l’esercizio di poteri autoritativi, certificativi o di formazione della volontà della Pubblica Amministrazione. Abbandonare questo principio a favore di uno status fisso e permanente produrrebbe conseguenze gravissime.

Il militare diventerebbe, anche nel tempo libero, soggetto agli obblighi penali propri del P.U.:

  • Obbligo di denuncia (art. 361 c.p.): ogni notizia di reato appresa nella vita privata — al bar, in famiglia, durante una passeggiata — potrebbe obbligare il militare a denunciare all’Autorità giudiziaria, pena la propria incriminazione per omessa denuncia. Un peso insostenibile e abnorme, privo di qualsiasi corrispondenza con le mansioni effettivamente svolte.
  • Omissione di atti d’ufficio (art. 328 c.p.): il militare qualificato come P.U. h24 potrebbe essere chiamato a rispondere penalmente per non essere intervenuto tempestivamente su un fatto di turbativa dell’ordine pubblico incontrato casualmente mentre era fuori servizio, magari in abiti civili, senza radio, senza supporto operativo, senza coordinamento. Oggi il suo dovere di iniziativa è regolato dagli artt. 712 e 716 del Testo Unico delle disposizioni di legge sull’ordinamento militare (TUOM), con valenza prevalentemente disciplinare. La proposta dell’apcsm lo trasformerebbe in un reato penale.

Noi oggi ci chiediamo: questo è tutelare il militare?

Il quadro è altrettanto preoccupante sul piano delle azioni che il militare potrebbe compiere. La qualifica di P.U. non è solo uno scudo — è anche e soprattutto una posizione di aggravata responsabilità penale.

Reati propri: il militare con qualifica permanente di P.U. diventerebbe soggetto attivo di reati che per legge possono essere commessi esclusivamente da chi riveste tale qualifica. Parliamo di peculato (art. 314 c.p.), concussione (art. 317 c.p.), corruzione (art. 318 c.p.). Comportamenti che oggi potrebbero configurare illeciti comuni o mancanze disciplinari assumerebbero, con la qualifica di P.U., una gravità penale di tutt’altro ordine.

Aggravante comune (art. 61, n. 9, c.p.): qualsiasi reato commesso dal militare — anche un alterco per una questione di vicinato, anche una lite stradale — potrebbe essere aggravato dalla circostanza di essere stato commesso “con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione”, con conseguente aumento automatico della pena. Il militare verrebbe trattato più severamente di qualsiasi altro cittadino, in ogni momento della sua vita.

Vi è poi un aspetto che i promotori della proposta sembrano ignorare: il rischio operativo connesso all’intervento fuori servizio.

Un militare che agisce nelle vesti di P.U. — anche casualmente, anche senza volerlo — deve farlo rispettando gli standard rigorosi che la legge impone ai pubblici ufficiali nell’uso della forza. Egli non sarà giudicato come un privato cittadino che agisce per legittima difesa propria o di terzi, ma come un rappresentante dell’autorità statale soggetto alle limitazioni dell’art. 53 c.p. sull’uso legittimo delle armi.

Il militare fuori servizio non dispone di:

  • una centrale operativa che coordini e registri l’intervento;
  • ordini chiari che definiscano il perimetro del suo potere;
  • equipaggiamento idoneo e adeguato alla minaccia;
  • la copertura assicurativa e legale continuativa garantita alle Forze di Polizia a competenza generale.

Un errore di valutazione — inevitabile in contesti ad alta tensione e senza supporto — non verrebbe valutato con la comprensione riservata al cittadino comune, ma con la durezza riservata all’agente dello Stato che ha violato i propri doveri istituzionali. La conseguenza è una responsabilità penale aggravata in condizioni operative degradate.

L’apcsm sostiene che la qualifica di P.U. garantirebbe una maggiore protezione penale al personale militare, ad esempio contro reati come oltraggio o resistenza a Pubblico Ufficiale.

La tutela penale esiste già. Durante il servizio effettivo, i militari godono delle medesime protezioni previste per i Pubblici Ufficiali in relazione alle funzioni che stanno concretamente esercitando. Il problema non è l’assenza di tutele durante il servizio, ma la loro eventuale applicazione fuori servizio — contesto in cui, come dimostrato, i rischi superano di gran lunga i benefici.

La confusione dei comparti è pericolosa. Equiparare il militare dell’Esercito alle Forze di Polizia a competenza generale (Carabinieri, Polizia di Stato) — che sono strutturalmente, operativamente e normativamente configurate per operare h24 sul territorio — senza fornire ai militari gli stessi strumenti addestrativi, la stessa dotazione, lo stesso quadro giuridico di protezione continuativa, significa creare un ibrido giuridico privo di coperture reali.

Il baricentro della responsabilità si sposta in modo devastante. La proposta dell’apcsm trasla la responsabilità del militare dal piano disciplinare — interno all’Amministrazione, con garanzie procedurali proprie — al piano penale ordinario, davanti alla magistratura, con tutte le conseguenze in termini di carriera, reputazione e libertà personale. Chiamarla “tutela” è, tecnicamente e giuridicamente, un errore.

Questo sindacato è e rimane impegnato nella difesa concreta dei diritti e della dignità del personale militare. Ma difendere significa anche avere il coraggio di dire la verità quando una proposta — per quanto ben intenzionata nella forma — si rivela dannosa nella sostanza.

Chiediamo con forza:

Il mantenimento del criterio funzionale nell’attribuzione della qualifica di P.U., in piena conformità con il sistema codicistico vigente (art. 357 c.p.);

Il rafforzamento delle tutele durante il servizio effettivo, attraverso strumenti normativi mirati e aderenti alla realtà operativa del comparto Difesa;

La netta distinzione tra comparto Difesa e comparto Sicurezza, a garanzia della specificità e delle rispettive funzioni e della serenità del personale nella propria vita privata;

Auspichiamo un reale confronto con le istituzioni parlamentari competenti per esaminare le lacune di tutela realmente esistenti e individuare risposte giuridicamente solide, senza esporre il personale a rischi non calcolati.

I militari meritano tutele reali, non etichette o propagande pericolose. Meritano di tornare a casa, finito il turno, sapendo che la loro vita privata è protetta e non sorvegliata da obblighi penali infiniti. Meritano rappresentanza sindacale che conosca il diritto e non improvvisi.