I MILITARI NON SONO POLIZIOTTI DI SCORTA AL GOVERNO
BASTA USARE L’ESERCITO PER COPRIRE L’INCOMPETENZA E IL DISORDINE POLITICO.
Questo sindacato non può e non vuole restare in silenzio di fronte all’ennesima dimostrazione di come il Governo della Repubblica consideri le Forze Armate italiane alla stregua di uno strumento tuttofare, disponibile a essere riconvertito — con un tratto di penna su un decreto — in forza di polizia interna, in guardiani delle piazze, in argine umano da opporre al dissenso democratico dei propri cittadini.
Attribuire poteri di polizia giudiziaria a 500 militari da impiegare nella gestione dell’ordine pubblico e delle manifestazioni cittadine non è una misura di sicurezza: è una resa politica mascherata da provvedimento d’urgenza. È la confessione pubblica e imbarazzante di un Governo che, invece di investire sul rafforzamento strutturale della Polizia di Stato — gravemente carente di organico da anni, per scelte che questo stesso esecutivo ha procrastinato — sceglie la scorciatoia di militarizzare le strade, svuotando di senso due corpi dello Stato con un solo colpo scriteriato.
Lo diciamo con chiarezza, senza perifrasi diplomatiche: si vuole usare l’Esercito per coprire l’assenza totale di una visione politica sulla sicurezza pubblica. E questo il Sindacato dei Militari non lo accetta. Non lo accetterà mai.
Il provvedimento nella sua formulazione originaria prevedeva di conferire ai militari, per via emergenziale, poteri coercitivi propri della polizia giudiziaria: identificazione, fermo, perquisizioni. Ci si chiede se chi ha elaborato questa proposta abbia mai letto la Costituzione, il Codice dell’Ordinamento Militare o anche solo una sentenza del Consiglio di Stato.
L’ordinamento italiano è inequivocabile: la distinzione tra Forze Armate e Forze di Polizia non è una questione di organico o di divise, è una distinzione ontologica, sancita dall’impianto costituzionale stesso. L’art. 117, comma 2, lettere d) e h) della Costituzione distingue espressamente la competenza in materia di “difesa e Forze armate” da quella in materia di “ordine pubblico e sicurezza”: sono due sfere separate, perché separate devono restare le funzioni, l’addestramento, le responsabilità e i poteri.
L’art. 52 della Costituzione dice che la difesa della Patria è sacro dovere e che l’ordinamento delle Forze Armate si informa allo spirito democratico della Repubblica. Difesa della Patria non significa repressione del dissenso interno. Mai l’ha significato in una democrazia. Mai dovrà significarlo.
L’art. 89, comma 1, del Codice dell’Ordinamento Militare stabilisce che compito prioritario delle Forze Armate è la difesa dello Stato: non la vigilanza dei cortei, non il pattugliamento dei picchetti, non il controllo delle assemblee di cittadini che esercitano un diritto costituzionalmente garantito dall’art. 17 della Costituzione.
E ancora: l’art. 23 della Costituzione stabilisce che nessuna prestazione personale può essere imposta se non in base alla legge. L’attribuzione di qualifiche coercitive ai militari non può avvenire per decreto governativo in deroga all’ordinamento vigente. Come ha ribadito il Consiglio di Stato con sentenza n. 2650/2009, esiste una diversità ontologica tra Forze Armate e Corpi di Polizia che non può essere cancellata da un provvedimento emergenziale. Il TAR Lazio, sentenza n. 10713/2019, ha confermato che le funzioni di difesa e sicurezza interna non sono comparabili e che le norme per la polizia non si estendono automaticamente ai militari.
Chiediamo: chi risponderà quando un militare — addestrato a fronteggiare scenari bellici, non a mediare un conflitto sociale — sarà chiamato a eseguire un fermo in una piazza affollata? Chi risponderà per l’incertezza normativa in cui verrà gettato, esponendolo a responsabilità penali per le quali non è stato né preparato né tutelato? Lo ricordiamo al Governo: la Cassazione Penale, sentenza n. 26584/2018 ha chiarito che l’esercizio di poteri coercitivi privi di una chiara base normativa costituisce abuso punibile. Stiamo parlando di esporre i nostri colleghi a procedimenti penali per scelte politiche che non sono loro. E questo è inaccettabile.
Vogliamo essere espliciti, anche a costo di essere scomodi: esiste una memoria storica che questo Paese non può permettersi di ignorare. L’Italia conosce cosa significa militarizzare il dissenso. L’Italia sa cosa accade quando si confonde l’esercito con la polizia e la polizia con uno strumento di controllo del dissenso politico. Quei momenti, quelle pagine, appartengono alle parti più buie della nostra storia nazionale, e si sono sempre aperti con lo stesso schema: l’emergenza, l’urgenza, la necessità temporanea, la deroga eccezionale.
Oggi sentiamo risuonare le stesse parole: “tre mesi soltanto”, “misura straordinaria”, “solo in supporto alle forze dell’ordine”. No. La storia insegna che le deroghe eccezionali diventano consuetudini, e le consuetudini diventano sistema. Non permetteremo che si crei, nemmeno per un giorno, la normalità di un esercito che presidia le manifestazioni politiche dei propri concittadini.
Un governo che non sa gestire il dissenso sociale con gli strumenti propri della democrazia — il dialogo, la prevenzione, la polizia civile adeguatamente finanziata e formata — non ha il diritto di ricorrere ai militari per comprimere ciò che non riesce a governare. Le piazze appartengono ai cittadini. Le Forze Armate appartengono alla difesa della Repubblica, non alla gestione della sua crisi politica.
I militari italiani portano la divisa con orgoglio e con il senso profondo di un dovere verso la Repubblica e verso i suoi cittadini. Hanno operato in missioni internazionali di pace, hanno protetto le nostre coste, hanno garantito la sicurezza degli obiettivi sensibili in operazioni come “Strade Sicure” nei limiti strettamente previsti dalla legge.
Ma non sono e non vogliono diventare lo strumento di una gestione dell’ordine pubblico che il Governo non è in grado di assicurare per sue proprie responsabilità politiche. Non sono i tappabuchi delle carenze di organico della Polizia di Stato — carenze che questo stesso Governo poteva e doveva colmare con investimenti strutturali, assunzioni, formazione. Non sono i custodi del consenso di un esecutivo in difficoltà.
La dignità professionale dei militari è inscindibile dalla chiarezza del nostro mandato. L’art. 1349 del Codice dell’Ordinamento Militare stabilisce che il militare ha il dovere di non eseguire ordini la cui esecuzione costituisca reato o che siano rivolti contro le istituzioni. Ebbene: ordinare ai militari di gestire manifestazioni politiche senza una base normativa chiara, senza addestramento adeguato e senza una catena di comando definita, si avvicina pericolosamente a quel confine. E noi saremo i primi a denunciarlo.
Il Sindacato dei Militari, con il presente comunicato, diffida formalmente il Governo della Repubblica dal reintrodurre, in qualsiasi forma e con qualsiasi formula normativa, la misura di attribuzione di poteri di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza ai militari per la gestione dell’ordine pubblico e delle manifestazioni civili.
Chiediamo:
Al Presidente del Consiglio dei Ministri: il ritiro definitivo e senza ambiguità di qualsiasi proposta di estensione dei poteri coercitivi ai militari nell’ambito della sicurezza interna, confermando che lo stralcio avvenuto nel testo del decreto approvato sia definitivo e non oggetto di futuri riposizionamenti.
Al Ministro della Difesa: di cessare immediatamente di veicolare i militari come soluzione tampone alle emergenze di ordine pubblico e di farsi invece promotore di un investimento strutturale nel rafforzamento delle Forze di Polizia, che sono e devono restare le uniche competenti per la sicurezza pubblica interna.
Al Presidente della Repubblica, nella sua qualità di Comandante Supremo delle Forze Armate ai sensi dell’art. 87 della Costituzione e garante dell’equilibrio istituzionale: di vigilare affinché il ruolo delle Forze Armate resti pienamente ancorato ai principi democratici sanciti dall’art. 52 della Costituzione e di intervenire con la sua autorità morale e costituzionale qualora l’esecutivo dovesse tornare a proporre misure che confondono la difesa militare con il controllo del dissenso civile.
Al Parlamento della Repubblica: di avviare immediatamente un’indagine parlamentare conoscitiva sulle carenze strutturali delle Forze di Polizia e di impegnare il Governo in un piano straordinario di assunzioni e rafforzamento, eliminando alla radice la tentazione di ricorrere ai militari come soluzione di comodo.
A tutti i colleghi, a tutte le colleghe che ogni giorno indossano questa divisa con dedizione e rispetto delle istituzioni: questo è il momento di essere presenti. La battaglia che stiamo conducendo non è una disputa sindacale di carattere burocratico. È una battaglia per il senso stesso di ciò che siamo, di ciò che facciamo, del patto che abbiamo stretto con la Repubblica.
Non lasciamo che altri decidano per noi quale debba essere il nostro ruolo. Non lasciamo che la nostra professionalità venga svilita, distorta, piegata a scopi che non ci appartengono. Invitiamo tutti gli iscritti a seguire con la massima attenzione l’evoluzione di questa vicenda e a partecipare alle iniziative straordinarie che la Segreteria Nazionale comunicherà nelle prossime settimane.
Invitiamo altresì i cittadini, le associazioni per i diritti civili e le organizzazioni sindacali di tutte le categorie a unirsi a questo appello: la separazione tra le Forze Armate e la gestione dell’ordine pubblico civile non è una questione corporativa di categoria. È un presidio fondamentale della democrazia italiana. È un confine che appartiene a tutti.
Difendete con noi la Costituzione. Difendete con noi la Repubblica.

