CASO BIOT: LA CORTE DI CASSAZIONE RENDE DEFINITIVA LA CONDANNA A 20 ANNI

Il Sindacato dei militari, parte civile nel processo, leggerà le motivazioni della Suprema Corte. Comellini ribadisce: “Fin dall’inizio abbiamo chiesto un processo a porte aperte.”

La Corte Suprema di Cassazione ha pronunciato sentenza definitiva nel processo a carico dell’ex Capitano di Fregata della Marina Militare italiana Walter Biot, rigettando il ricorso presentato dalla difesa e confermando la condanna a 20 anni di reclusione già irrogata dalla Corte di Assise di Roma il 19 gennaio 2024 e confermata dalla Corte di Assise di Appello di Roma il 3 giugno 2025.

La pronuncia della Suprema Corte chiude definitivamente il procedimento ordinario a carico di Biot, il quale era stato arrestato in flagranza di reato il 30 marzo 2021 mentre cedeva a un funzionario dell’Ambasciata della Federazione Russa documenti classificati NATO in cambio di cinquemila euro in contanti.

Il Capitano di Fregata Walter Biot, già in servizio presso lo Stato Maggiore della Difesa, era stato colto in flagranza mentre trasferiva a Dmitry Ostroukhov, funzionario dell’Ambasciata Russa a Roma, un supporto informatico (microSD) contenente documentazione militare classificata nell’ambito dell’Alleanza Atlantica. L’operazione era stata preceduta da un’intensa attività di sorveglianza da parte dei servizi di sicurezza e dell’Arma dei Carabinieri.

Il procedimento giudiziario si è sviluppato su un duplice binario:

Procedimento ordinario (Corte di Assise di Roma, poi d’Appello e Cassazione): condanna in primo grado a 20 anni (19 gennaio 2024), confermata in appello il 3 giugno 2025 e ora resa definitiva dalla Corte di Cassazione;

Procedimento militare (giurisdizione militare): condanna a oltre 29 anni di reclusione, confermata dalla giurisdizione militare di legittimità il 20 novembre 2024.

Il Sindacato dei diritti dei militari si era costituito parte civile nel procedimento ordinario, rappresentato dall’avv. Giulio Murano. Paradossalmente la domanda di costituzione di parte civile avanzata dinanzi al Tribunale Militare di Roma era stata respinta sul presupposto della mancanza di legittimazione dell’ente.

La Corte di Assise di Appello di Roma, nella sentenza del 3 giugno 2025, ha accolto la domanda risarcitoria del Sindacato, riconoscendo il danno di credibilità e di immagine causato dalla condotta di Biot all’intera istituzione militare e alle sue rappresentanze, con condanna al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio.

A seguito della pronuncia definitiva della Corte di Cassazione, il segretario del Sindacato dei diritti dei militari, Luca Marco Comellini, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

Il Sindacato dei militari prende atto della pronuncia della Corte di Cassazione e leggerà con la massima attenzione le motivazioni depositate dalla Suprema Corte. Si tratta di un documento di fondamentale importanza, non soltanto per la definizione del singolo processo, ma per la comprensione dell’intero percorso giudiziario.

Vogliamo ricordare che, fin dalle prime battute del processo di primo grado dinanzi alla Corte di Assise di Roma, il Sindacato dei militari aveva richiesto con fermezza che il dibattimento si svolgesse a porte aperte. Non era una richiesta di trasparenza fine a se stessa: era la condizione necessaria affinché i cittadini, le istituzioni e le stesse Forze Armate potessero comprendere come si è svolto l’intero iter processuale.

“La nostra richiesta era ponderata e responsabile: avevamo chiesto che le udienze fossero pubbliche, con le sole limitazioni strettamente necessarie per le parti del dibattimento che avessero coinvolto documenti classificati o materiali coperti da segreto di Stato. Una soluzione equilibrata, che avrebbe garantito al tempo stesso la tutela delle informazioni sensibili e la trasparenza che un processo di questa portata istituzionale meritava.

Soltanto attraverso un processo a porte aperte – nei limiti del possibile – sarebbe stato possibile chiarire definitivamente i dubbi che il Sindacato nutre fin dall’inizio sullo svolgimento di entrambi i procedimenti: quello militare e quello ordinario. Dubbi che restano aperti e che la lettura delle motivazioni della Cassazione potrà aiutare, almeno in parte, a sciogliere.”

La posizione del Sindacato dei militari non è motivata da simpatie verso l’imputato – la cui condotta è stata giudicata gravissima da tutti i gradi di giudizio – ma dalla consapevolezza che la fiducia delle Forze Armate nella giustizia richiede che i procedimenti che le riguardano siano condotti con il massimo grado di trasparenza compatibile con la tutela delle informazioni classificate.

Un processo a porte chiuse, quando la chiusura non è strettamente imposta dalla natura degli atti trattati, rischia di alimentare dubbi e interrogativi che, in assenza di risposte pubbliche, rimangono irrisolti. Il Sindacato dei militari ritiene che la questione del segreto NATO e del suo rapporto con le garanzie processuali – affrontata nelle sentenze di merito e di legittimità – avrebbe potuto e dovuto essere discussa pubblicamente, nella misura in cui il suo trattamento non imponesse la rivelazione di informazioni protette.

Il riconoscimento, da parte della Corte di Assise di Appello di Roma (sentenza del 3 giugno 2025), del danno subìto dal Sindacato dei militari in qualità di parte civile costituisce un importante riconoscimento del ruolo dell’ente esponenziale nella rappresentanza degli interessi dei lavoratori militari, quale custode dell’immagine e della credibilità delle Forze Armate. La condanna al risarcimento, da liquidarsi in separato giudizio civile, sarà oggetto di separato procedimento.

Il Sindacato dei Militari è stato rappresentato e difeso dall’Avvocato Giulio Murano del Foro di Roma.