PRETI IN UNIFORME ALLA PARATA DEL 2 GIUGNO: LO STATO PAGA, LA CHIESA PREDICA PACE
Cappellani militari tra sfilate e privilegi: uno scandalo normativo ed etico che il Parlamento e l’opinione pubblica non possono più ignorare
Il Sindacato dei Militari esprime formale e netta opposizione alla partecipazione dei cappellani militari alla parata del 2 giugno 2026, Festa della Repubblica Italiana. La presenza di sacerdoti in uniforme, con gradi equiparati a quelli di ufficiali e generali, tra i ranghi delle Forze Armate in parata rappresenta un anacronismo istituzionale, una contraddizione etica insostenibile e un onere economico ingiustificabile per i contribuenti italiani.
Non si tratta di una questione di antipatia verso la fede o verso le funzioni spirituali di assistenza alle persone in servizio. Si tratta di denunciare un sistema di privilegio corporativo che sopravvive per inerzia normativa, in piena contraddizione con il magistero della stessa Chiesa che quei sacerdoti rappresentano.
Nelle settimane precedenti il 2 giugno, i cappellani militari dislocati su tutto il territorio nazionale sono stati convocati a Roma per prendere parte alle cerimonie ufficiali. La convocazione prevede:
- Trasferimento da e verso Roma con mezzi e navette messe a disposizione dall’Amministrazione della Difesa;
- Vitto e alloggio interamente a carico del Ministero della Difesa, con utilizzo di strutture militari e foresterie istituzionali;
- Divise, mostrine e decorazioni fornite e manutenute a spese pubbliche;
- Indennità e rimborsi connessi alla trasferta, secondo i trattamenti economici accessori previsti per la categoria.
Il Sindacato dei Militari chiede al Ministero della Difesa di rendere pubblico e dettagliato il rendiconto economico complessivo delle spese sostenute per la partecipazione dei Cappellani Militari alla cerimonia del 2 giugno, inclusi i costi di convocazione, logistica, equipaggiamento e indennità accessorie. La trasparenza non è un optional: è un obbligo verso i cittadini che finanziano questo sistema.
Il quadro normativo vigente rivela tutta la portata di questo anacronismo. Ai sensi del Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n. 66 (Codice dell’ordinamento militare), i cappellani militari sono equiparati a tutti gli effetti ai gradi della gerarchia militare, con le seguenti corrispondenze:
- Il Capo del Servizio di Assistenza Spirituale è equiparato al grado di Generale di Corpo d’Armata;
- I Cappellani Capo sono equiparati al grado di Colonnello;
- I Cappellani ordinari sono equiparati a gradi di ufficiale inferiore.
Tale equiparazione non è meramente simbolica: essa comporta trattamenti economici, previdenziali, abitativi e logistici del tutto analoghi a quelli degli ufficiali di pari grado. L’onere complessivo per lo Stato italiano relativo al mantenimento dei Cappellani Militari — stipendi, contributi, vitto, alloggio, uniformi, trasferimenti — si stima ammonti a decine di milioni di euro annui, in assenza di qualsiasi trasparente rendicontazione pubblica. Questa situazione è il frutto di una stratificazione normativa risalente, che non ha mai trovato una riforma organica.
Il Sindacato dei Militari ritiene che tale impianto sia incompatibile con i principi di laicità dello Stato e con una gestione sobria e responsabile delle risorse pubbliche.
Quella che segue non è una critica ideologica alla religione. È la semplice, documentata registrazione di una contraddizione che appartiene alla stessa Chiesa cattolica, il cui magistero più recente contrasta apertamente con l’immagine del sacerdote in uniforme che sfila tra le armate.
Papa Francesco, nel febbraio 2025, celebrando la Messa del Giubileo delle Forze Armate, di Polizia e di Sicurezza, ha rivolto ai militari presenti un monito esplicito: ha chiesto loro di «vigilare contro la tentazione di coltivare uno spirito di guerra» e di non lasciarsi sedurre «dal rumore delle armi» né da quella logica che divide il mondo in amici da difendere e nemici da combattere. Lo stesso Pontefice, in più occasioni pubbliche — dalla piazza San Pietro del 2014 al “Video del Papa” del giugno 2017 — ha definito «mercanti di morte» coloro che alimentano e sostengono le logiche belliche e il commercio di armi. Nel novembre 2019, al Memoriale della Pace di Hiroshima, ha affermato con nettezza: «La vera pace è solo disarmata».
Papa Leone XIV, il suo successore, nel messaggio Urbi et Orbi della Pasqua 2026 (5 aprile 2026) ha levato un monito ancora più diretto, rivolto a tutti i capi di Stato e di governo del mondo: «Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo!».
La Conferenza Episcopale Italiana, nella Nota pastorale «Educare a una pace disarmata e disarmante», approvata nell’Assemblea generale del novembre 2025 e diffusa a dicembre 2025, ha compiuto un passo ulteriore sul piano istituzionale, prospettando esplicitamente per i cappellani militari «diverse forme di presenza in tali contesti, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare», in quanto esse «consentirebbero maggior libertà nell’annuncio di pace specie in contesti critici».
È dunque la stessa gerarchia ecclesiastica italiana a riconoscere che l’inquadramento militare del clero è un problema. La domanda che il Sindacato dei Militari pone alla politica è semplice: se il magistero pontificio e i vescovi italiani riconoscono che i cappellani dovrebbero essere meno legati alla struttura militare, perché lo Stato italiano continua a pagarli come generali e a farli sfilare come ufficiali?
Il Sindacato dei Militari si rivolge direttamente a Sua Santità Papa Leone XIV e alla Conferenza Episcopale Italiana, affinché le parole del magistero non restino inascoltate nemmeno all’interno delle istituzioni che la Chiesa stessa ha contribuito a costruire.
Se il Pontefice chiede che le armi vengano deposte e che la pace sia cercata con il dialogo e non con la forza; se Papa Francesco ha definito «mercanti di morte» chi sostiene le logiche di guerra e ha ricordato che «la vera pace è solo disarmata»; se la CEI chiede ai cappellani forme di presenza «meno legate alla struttura militare» — allora è tempo che la Chiesa si faccia parte attiva nel promuovere concretamente la smilitarizzazione del proprio clero anche sul piano giuridico e istituzionale.
Il Sindacato dei Militari formula le seguenti richieste al Parlamento e al Governo della Repubblica:
- Riforma organica del Decreto Legislativo 66/2010 nelle parti relative all’Ordinariato Militare/Cappellani militari con eliminazione dell’equiparazione ai gradi militari e dei relativi privilegi economici e logistici;
- Separazione dei ruoli: ridefinire la presenza dei cappellani nelle Forze Armate come un servizio di assistenza spirituale volontario e non inquadrato, analogo a quello svolto da altri professionisti dell’accompagnamento psicologico e sociale, senza divisa, senza grado, senza stellette;
- Esclusione dalle parate: i cappellani militari non devono sfilare nelle cerimonie istituzionali delle Forze Armate, in quanto tale presenza trasmette un messaggio di benedizione e legittimazione religiosa della guerra incompatibile con il magistero contemporaneo della Chiesa;
- Rendiconto pubblico: pubblicazione annuale e dettagliata di tutti i costi a carico del Ministero della Difesa per il mantenimento dei Cappellani Militari;
- Apertura di un tavolo istituzionale con il Ministero della Difesa, il Parlamento e la Conferenza Episcopale Italiana per definire entro il 2027 un nuovo modello di assistenza spirituale alle Forze Armate, sobrio, laicamente compatibile e finanziariamente trasparente.

