LA RICHIESTA DI “MESSA AL BANDO” DI UN SINDACATO LIBERO: UNA VERGOGNA ANTIDEMOCRATICA, UN RIGURGITO DEL VENTENNIO
“Il Patto di Palazzo Vidoni resti nei libri di storia”
Il Sindacato dei Militari si appella al Presidente della Repubblica.
Chi ha chiesto la “messa al bando” del Sindacato dei Militari ha prestato un solenne giuramento di fedeltà alla Repubblica, alla Costituzione e alle libere istituzioni democratiche. Non è un dettaglio. È il cuore della vicenda.
Il giuramento militare non è una formula di rito pronunciata in uniforme e poi dimenticata. È un vincolo morale e istituzionale che impegna chi lo pronuncia a difendere — non a sopprimere — le libertà su cui si fonda la Repubblica. Invocare la cancellazione di un sindacato libero mentre si è legati da quel vincolo non è solo una contraddizione: è un tradimento dello spirito stesso del giuramento.
Un documento ufficiale del Ministero dell’Economia e delle Finanze datato 17 aprile 2026 ha rivelato che alcune Associazioni professionali a carattere sindacale tra militari (c.d. Apcsm) hanno chiesto alle amministrazioni competenti di adottare «ogni opportuna iniziativa, ivi inclusa la messa al bando», nei confronti del “Sindacato dei Militari” «ovvero ogni atto d’intervento previsto affinché cessi ogni attività tesa ad operare senza il necessario riconoscimento ed in violazione delle norme vigenti».
Questo è un fatto documentato, nero su bianco, in un atto amministrativo dello Stato. Non un’illazione. Non una polemica. Una richiesta esplicita di usare la pubblica amministrazione per eliminare un sindacato scomodo.
Non una critica. Non una contestazione giuridica nelle sedi competenti. Una messa al bando. Una parola che ha un peso storico preciso, che non può essere pronunciata senza evocare un’epoca che l’Italia democratica pensava di aver archiviato per sempre.
Questa non è competizione sindacale. Non è dialogo. Non è tutela dell’ordinamento. È la pretesa di piegare le istituzioni a una logica di monopolio: decidere dall’alto quali organizzazioni possano esistere e quali debbano essere messe a tacere.
Se oggi dei militari chiedono la messa al bando di un sindacato perché libero e non allineato, domani cosa chiederanno? La soppressione di ogni voce critica? L’eliminazione di ogni forma di dissenso organizzato? Una democrazia che cede a questa logica non è più una democrazia.
«Chi ha giurato fedeltà alla Repubblica e alle libere istituzioni – precisa Comellini – non può, il giorno dopo, chiedere allo Stato di cancellare un sindacato. La libertà sindacale non appartiene a una sola organizzazione: appartiene alla democrazia. Noi non accettiamo che le pubbliche amministrazioni diventino lo strumento di questa pericolosa deriva. E non arretreremo di un centimetro nella difesa del diritto al pluralismo e al dissenso, della democrazia, della Costituzione.»
Il Sindacato dei Militari si rivolge al Presidente della Repubblica, quale supremo garante della Costituzione, affinché impedisca che simili rigurgiti del ventennio fascista trovino spazio nelle istituzioni della Repubblica.
Il Patto di Palazzo Vidoni del 1925 — con cui il regime fascista cancellò il pluralismo sindacale, soppresse le organizzazioni libere e consegnò la rappresentanza dei lavoratori alle corporazioni di Stato — deve restare soltanto nei libri di storia, come monito e come vergogna, non come modello da imitare.
La Repubblica è nata anche e soprattutto in opposizione a quella stagione. Non può ora tollerare che chi ha giurato di difenderne i valori chieda di replicarne i metodi.
Il Sindacato dei Militari continuerà a difendere la libertà sindacale, il pluralismo e la Costituzione. Senza se e senza ma
Sindacato dei Militari — Segreteria Generale

