MILITARI: IL DIRITTO AL “VAFFANCULO”

«Non si può trasformare ogni sfogo in un reato. Serve una verifica immediata di costituzionalità sull’art. 226 c.p.m.p.»

Un militare rischia il carcere per una parola. La stessa parola, pronunciata in qualsiasi altro contesto della vita civile, non costituisce più reato da quasi dieci anni. Non è fantascienza giuridica. È la realtà quotidiana di migliaia di donne e uomini in uniforme, intrappolati in un sistema normativo che non è mai stato aggiornato ai principi costituzionali che dovrebbero tutelarlo. Questa è una battaglia di civiltà giuridica. E il Sindacato dei militari intende combatterla fino in fondo.

Una norma del 1941 contro i diritti del 2026

L‘art. 226 del codice penale militare di pace è una norma che viene da un’altra epoca. Scritta nel 1941, punisce con la reclusione militare l’ingiuria tra commilitoni, senza distinzione di grado, contesto o effettiva gravità della condotta. Nel frattempo, il mondo è cambiato. Con il d.lgs. n. 7/2016 il legislatore ha depenalizzato l’ingiuria nell’ordinamento penale comune: offendere l’onore o il decoro di una persona non è più un reato per nessun cittadino italiano. È al più una questione civile.

Per nessun cittadino italiano, tranne uno: il militare. L’art. 226 c.p.m.p. è rimasto lì, immobile, a sancire che chi indossa una divisa vive in un universo giuridico parallelo, dove un “vaffanculo” pronunciato in un momento di tensione può aprire le porte di un procedimento penale. Un’anomalia che non ha più ragione d’essere e che il Sindacato intende denunciare con tutta la forza necessaria.

Due cittadini, due leggi: la violazione dell’art. 3 della Costituzione. L’art. 3 della Costituzione è chiaro: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Le distinzioni di trattamento sono ammesse solo se fondate su ragioni oggettive, dimostrabili e proporzionate. Qui la ragione oggettiva dove sta?

Un civile che urla “vaffanculo” al proprio collega durante un litigio al lavoro non risponde penalmente. Un militare che pronuncia la stessa parola nelle stesse circostanze rischia la reclusione. La condotta è identica. Il contesto lavorativo è ugualmente gerarchico. La parola è la stessa. Cambia solo la divisa.

Certo, l’ordinamento militare ha sue specificità. La disciplina, la gerarchia, l’efficienza operativa sono valori che meritano tutela rafforzata. Ma la specialità dell’ordinamento militare non è una cambiale in bianco. Non può giustificare automaticamente qualsiasi inasprimento del trattamento penale per fatti che, nel contesto ordinario, non costituiscono nemmeno più illeciti penali.

La specialità non è sinonimo di inferiorità dei diritti. I militari sono cittadini della Repubblica italiana, non cittadini di serie B. Trattarli come tali è una discriminazione che il Sindacato non è disposto ad accettare.

Una pena detentiva per uno sfogo verbale: la violazione dell’art. 27 della Costituzione. Il problema non è soltanto la disparità. È anche la risposta punitiva in sé, che appare palesemente sproporzionata rispetto alla condotta sanzionata. L’art. 27 della Costituzione impone che la pena sia proporzionata al fatto e orientata alla rieducazione del condannato. Una pena detentiva — con tutte le conseguenze che ne derivano sul piano professionale, economico e personale — non può essere la risposta ordinaria a un’espressione volgare pronunciata in un momento di rabbia.

L’art. 226 c.p.m.p. non prevede alcuna graduazione. Non distingue tra chi insulta con premeditazione e chi sbotta durante un alterco. Non consente alternative sanzionatorie di natura pecuniaria o disciplinare. Colpisce con lo stesso strumento — il procedimento penale e la minaccia della reclusione — condotte radicalmente diverse per contesto, intensità e disvalore sociale.

Un processo penale militare non è una formalità. Lascia tracce nel fascicolo personale, può compromettere una carriera costruita in anni di servizio, può segnare irreversibilmente la vita di una persona. Tutto questo per una parola. La dignità della disciplina militare si tutela con strumenti proporzionati, non con l’artiglieria pesante del diritto penale per ogni conflitto interpersonale.

La giurisprudenza ha già capito: la parola da sola non basta. Non siamo i soli a sostenerlo. La giurisprudenza, anche di legittimità, ha più volte affermato che il valore offensivo di un’espressione non può essere valutato in astratto, limitandosi a registrare l’avvenuta pronuncia di una parola volgare.

Occorre guardare al contesto: il tono, la situazione di tensione, i rapporti tra le parti, l’intenzione reale, l’effettivo impatto sulla dignità del destinatario. In questa prospettiva, la Corte di cassazione ha escluso in più occasioni la rilevanza penale del termine “vaffanculo” quando questo risultasse uno sfogo, una manifestazione di insofferenza, privo di una concreta volontà di umiliare o aggredire.

Lo stesso principio deve valere nelle Forze armate. Anzi, deve valere a maggior ragione nelle Forze armate, dove la convivenza forzata, la pressione operativa e le gerarchie stringenti rendono lo sfogo verbale una reazione del tutto comprensibile, umana e, in quanto tale, non meritevole di risposta penale.

La sentenza n. 181/2026 della Corte costituzionale apre uno spiraglio. La sentenza n. 181/2026 della Corte costituzionale rappresenta un segnale che il Sindacato non intende ignorare. Pur riguardando una fattispecie diversa dall’art. 226 c.p.m.p., la pronuncia della Consulta riafferma con chiarezza alcuni principi che hanno una portata generale e dirompente.

La Corte ha ribadito che le previsioni penali militari non sono impermeabili al controllo di costituzionalità: anche nell’ordinamento militare, il legislatore è vincolato al rispetto dei principi di ragionevolezza, proporzionalità e uguaglianza. Una norma che mantiene una risposta detentiva senza adeguata graduazione, senza alternative sanzionatorie e senza un ancoraggio chiaro a un concreto pregiudizio per la disciplina e l’efficienza del servizio, non è al riparo da una dichiarazione di incostituzionalità.

Questi principi si attagliano perfettamente all’art. 226 c.p.m.p. Il Sindacato ritiene che i presupposti per una nuova questione di legittimità costituzionale siano concreti e urgenti.

Le richieste del Sindacato. Il Sindacato dei militari si rivolge alle istituzioni competenti con richieste precise e non negoziabili:

Al Parlamento: riformare o abrogare l’art. 226 c.p.m.p., eliminando la risposta penale detentiva per le condotte di modesta offensività e adeguando la disciplina ai principi costituzionali di uguaglianza e proporzionalità. Si valuti l’introduzione di sanzioni graduate — disciplinari o pecuniarie — in luogo della reclusione militare per i fatti di minore gravità.

Ai Pubblici Ministeri militari: applicare concretamente il principio della necessaria offensività della condotta. Prima di procedere per ingiuria militare, verificare se la condotta contestata abbia davvero leso la disciplina, la gerarchia o l’efficienza del servizio — o se si tratti di uno sfogo verbale privo di effettiva lesività.

Ai Tribunali militari: nei procedimenti in cui la questione risulti rilevante e non manifestamente infondata, valutare con attenzione l’opportunità di sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 226 c.p.m.p. in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione. I presupposti ci sono. Serve il coraggio di porla.

A tutte le istituzioni: garantire che la specificità dell’ordinamento militare non si traduca in una compressione irragionevole e sistematica dei diritti fondamentali del personale delle Forze armate.

Perché lo facciamo

Il “diritto al vaffanculo” non è il diritto di offendere impunemente. Non è la difesa della maleducazione o dell’arroganza. Non è la rivendicazione di un linguaggio da caserma come modello sociale. È qualcosa di molto più semplice e molto più importante: il diritto a non essere perseguiti penalmente per una parola che, nel contesto in cui è stata pronunciata, non aveva alcuna reale capacità offensiva.

La disciplina militare è un valore che il Sindacato rispetta e difende. Il rispetto reciproco tra commilitoni è fondamentale per la coesione e l’efficienza delle Forze armate. Ma nessuno di questi valori si costruisce trasformando ogni sfogo in un reato. Nessuno di questi valori richiede di sacrificare i diritti costituzionali di chi serve la Repubblica.

Il Sindacato dei militari è in prima linea. E non si fermerà.

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